Il Sacro Bosco di Bomarzo

Domenica 2 maggio 2021, finalmente hanno riaperto i musei nel fine settimana! Io e Paolo non vediamo l’ora di visitare questo parco nel cuore della Tuscia, è già da parecchio che rimandiamo, un po’ per il brutto tempo e un po’ per tutte le restrizioni dell’ultimo anno dovute alla pandemia.

Su una della alture della Tuscia, sorge Bomarzo piccolo e bellissimo borgo che custodisce un complesso monumentale unico al mondo: Il Sacro Bosco, conosciuto anche come Parco dei Mostri o Villa delle Meraviglie. Si tratta di un parco monumentale di circa 3 ettari, caratterizzato dalla presenza di oltre 30 attrazioni di vario tipo, la maggior parte delle quali rappresentate da statue e monumenti a tema mitologico o animalesco.

Pur inserendosi a pieno titolo nella composita ed erudita cultura architettonica-naturalistica del secondo Cinquecento, questo parco costituisce un “unicum”, in quanto si differenzia dai raffinati giardini all’italiana.

Nei poemi cavallereschi la parola “Sacro” sta per “magico”, “stregato” ed è questo il tema centrale del Sacro Bosco: qui la selva sottopone il cavaliere ad una serie di terribili sfide, spaventevoli ed allettanti, che costituiscono i diversi aspetti delle difficoltà che l’eroe deve superare.

Prima di proseguire ti consiglio la lettura delle informazioni utili in fondo alla pagina.

La visita al Parco:

Finalmente partiamo in direzione Bomarzo in provincia di Viterbo, sono le 8:40 del mattino e siamo già in viaggio! Il meteo non è dei migliori, anzi è molto nuvoloso, ma io so per certo che ben presto uscirà la bella giornata che le previsioni meteo ci hanno promesso.

Con un’ora e mezza circa giungiamo al parcheggio. Parcheggiamo la nostra auto e ci incamminiamo verso la biglietteria, all’acquisto dei biglietti (prenotati in precedenza) da subito ci dicono che il treppiede non può entrare, e già la giornata prende una forma totalmente diversa rispetto a quella che avevamo immaginato.

Va bene, non ci piace fare polemiche e posiamo il treppiede in auto, anche se un po’ questa cosa ci ha scoraggiati. Pensieri positivi, pensieri positivi! Finalmente entriamo, il parco è davvero bellissimo, completamente immerso nella vegetazione.

Questa è la cartina che ci è stata consegnata all’entrata, fate riferimento ad essa per quanto riguarda l’ubicazione delle statue ma non molto per quanto riguarda il percorso.

Camminiamo nel lungo viale d’entrata, con i primi raggi del sole, il cielo sta cominciando ad aprirsi. La visita inizia dall’arco merlato il cui cancello è sormontato dallo stemma degli Orsini.

Il complesso fu ideato dal principe Pier Francesco (più noto come Vicino) Orsini, signore di Bomarzo dal 1542 al 1585, e fu realizzato nel 1552, divenne il giardino più importante del secolo nonché quello che più di tutti rimase avvolto nel mistero.

Del Sacro Bosco non si conosce né il preciso programma iconografico e neppure il progettista, anche se il principe ricorse alla consulenza di valenti artisti come Pirro Ligorio (l’architetto che alla morte di Michelangelo venne chiamato a lavorare nella Basilica di San Pietro a Roma) e forse addirittura Michelangelo Buonarroti (quale regista più o meno occulto del progetto iniziato all’epoca del Concilio di Trento e hanno datato l’esecuzione delle opere architettoniche principali entro il 1564).

Il parco ideato da Vicino Orsini venne dedicato alla moglie Giulia Farnese, morta in giovane età, da qui la frase “sol per sfogare il core”, per la tragica morte della sua amata. In realtà, Giulia muore tra il 1557 e il 1558, quando i lavori del parco sono ormai terminati (Vicino dedica il parco alla moglie nel 1552). Quindi su una nota più felice, si potrebbe pensare che il parco abbia fatto da cornice all’amore tra i due sposi e che la famosa frase intenda proprio dare libero sfogo al cuore. Effettivamente Vicino, essendo un condottiero, era spesso lontano da casa a causa delle campagne militari, ed è bello pensare che abbia lasciato un luogo dove la sua sposa potesse rifugiarsi durante la sua assenza. Ciò che è certo, è che questo luogo dev’esser stato davvero perfetto per incontri romantici, date le infinite nicchie e i deliziosi angoli dove appartarsi.

Le prime statue che si incontrano sono le Sfingi, secondo alcuni il motivo per cui sono state scelte queste figure greche sta nella funzione di guardiano delle città sacre. Nel dare il benvenuto all’interno del parco, le fiere accolgono il visitatore con due terzine iscritte sulla pietra.

“Chi con ciglia inarcate
et labbra strette
non ha per questo loco
manco ammira
le famose del mondo
Moli sette”
“Tu ch'entri qua pon mente parte a parte
e dimmi poi se tante meraviglie 
sien fatte per inganno o pur per arte”

(La prima a sinistra) ponendo sullo stesso piano del parco con quelle rappresentate dalle sette meraviglia del mondo, Orsini sembra voler dire che chi non riesce ad apprezzare queste non potrà apprezzare nemmeno le altre.

(La seconda a destra) La domanda posta da Vicino Orsini è probabilmente un indovinello, più che un quesito: l’arte del boschetto è al servizio dei suoi inganni o incantesimi.

Girando a sinistra incontriamo il Proteo-Glauco, due sono i personaggi del mito che possono identificarsi con questo mostro: Proteo, dio marino che aveva le capacità di prender qualunque forma, il principio creatore – acqua, fiamma o vento (la sua potenza sarebbe testimoniata dal riuscire a portare sulla propria testa il globo terrestre) – e Glauco, figlio di Poseidone, che, secondo la leggenda, aveva mangiato un’erba magica e si era gettato in mare acquistando l’immortalità. Sul globo i simboli araldici degli Orsini e, sopra, un castello, quello di Bomarzo, a simboleggiare la potenza del casato nel mondo.

Tornando indietro, si incontra Il Pan-Giano, questa scultura faceva parte del complesso delle Erme, le quali in origine erano proprio di fronte all’ingresso, ora rimosse e spostate.

Alcuni dicono che Orsini avesse l’obiettivo di creare un labirinto di simboli dove si potesse vagare fino a perdersi, altri affermano che nei simboli delle misteriose sculture c’è qualcosa di alchemico ed enigmatico. La poca chiarezza dello scopo del parco è alimentata anche dalle tante iscrizioni e citazioni che si trovano sui monumenti: alcune implicano insegnamenti morali, altre una vena artistica e altre allusioni misteriose ed esoteriche.

Ad esempio l’iscrizione affianco al colosso di Rodi:

Nell’iscrizione si legge:

“Se Rodi altier già fu del suo colosso
pur di quest il mio bosco ancho si gloria
e per più non poter fo quant io posso”.

Qui il richiamo a Rodi, “la città dei cento colossi” proprio per la presenza di numerose statue colossali. 

Gli storici ci han perso la testa, e quello che rimane a noi non sono gli scopi, bensì il parco da esplorare nella sua realtà, un parco talmente particolare che Salvador Dalì lo descrisse come un’invenzione storica unica.

Le opere del parco possono essere raggruppate per contenuti: una sezione è dedicata al regno degli Inferi, un’altra alle sette meraviglie del mondo (quelle antiche), una ai giganti, agli dèi e agli animali mostruosi. 

Qui in alto ci sono i Giganti, la scultura secondo alcuni, rappresenta la lotta fra Ercole e Caco, simboleggianti rispettivamente il bene il male. 

Il primo, figlio di Zeus ed Alcmena, avvelenato dalla moglie Deianira, scende nell’Ade e resuscitato dal padre Zeus, ascende all’Olimpo e diventa una divinità. Caco, figlio di Vulcano, vive invece in un anfratto dell’Aventino, terrorizzando tutti i vicini con i suoi furti. Rubata una mandria di buoi ad Ercole, viene da questo scoperto in una grotta ed ucciso, squartandolo a mani nude.

Il paesaggio surreale, quasi un anfiteatro naturale, presenta una minacciosa popolazione di massi di peperino e basalto, generata da un sommovimento tellurico; le rocce, sapientemente scolpite sul posto, si sono animate, prendendo la forma di terribili creature, disseminate lungo percorsi scoscesi, tra alberi e vegetazione selvaggia.

Qui di seguito troviamo la Tartaruga (a destra), bellissima e gigantesca, l’Orca (a sinistra) dalle fauci spalancate.

La gigantesca tartaruga è sormontato da una figura di donna che originariamente era munita di un paio di ali e di due trombe che venivano portare alle bocca dalle mani. È facile riconoscere l’iconografia della Fama i cui attributi sono le ali e le due tube, le une allusive alla buona e le altre alla cattiva rinomanza. Gli occhi dell’animale fissano le fauci spalancate di un’Orca che, spuntata dal fossato antistante, è pronta ad inghiottire la preda. L’Orca è il simbolo del tempo che, in quanto origine e fine del cosmo, si trova oltre lo scorrere del fiume della vita, del flusso del divenire, “bocca spalancata dell’infinito” a cui nemmeno l’Universo può sottrarsi. 

Accanto alla tartaruga Pegaso, il cavallo alato, cerca di volar via ed andare ad annunciare la vittoria agli dei. La statua, emblema della casata Farnese, è stata forse qui collocata per un omaggio, da parte di Vicino Orsini, proprio ad Alessandro Farnese. 

Proseguendo abbiamo Le Grazie che si abbracciano e Ninfeo con l’iscrizione incompleta.

Di seguito troviamo quindi una fonte dedicata a Venere, in una grotta in cui l’acqua, ormai scomparsa, inondava la dea e zampillava dal suo ombelico, ad esprimere il flusso divino creatore di vita. La dea presenta un viso austero di una matrona romana, in ossequio ai tratti un po’ duri degli Etruschi: si vede in lei la Venere dei Cimini, la cui sorgente nasce ai piedi di una foresta. È anche la Venere Marziale, posta nei bagni e nei parchi pubblici della Roma antica ad assicurare la fertilità dei giardini. Originariamente questa statua si trovava al centro di una grotta, incorniciata sui lati da mascheroni rappresentanti Giove Ammone. Con il tempo gran parte della volta è crollata e con essa la maschera di sinistra, ora posizionata in basso. 

Alla destra della Venere troviamo il Teatro, presente in ogni importante giardino Romano. E subito di fronte le Erme. Pilastri di sezione quadrangolare sormontati da una testa scolpita a tutto tondo che, nell’antica Grecia, e principalmente in Attica, raffigurava Ermes (da cui il nome). Le Erme erano collocate lungo le strade, ai crocevia, ai confini delle proprietà e dinanzi alle porte, per invocare la protezione di Ermes sui viandanti. 

Uno dei pezzi più interessanti presente all’interno del parco è senz’altro la Casa Pendente: un palazzetto a due piani attorno al quale sale la scala che dobbiamo prendere per proseguire la visitaLa particolarità di questa casa è l’estrema pendenza, costruita su di un masso inclinato.

Entrando all’interno, dà la sensazione di vertigini e perdita di equilibrio. Per me che oltretutto ne soffro, sono state sensazioni avvertite fortemente. Questa sensazione è amplificata ulteriormente dal fatto che il pavimento e i muri non formano tra loro un angolo retto. Anticamente l’entrata nel Sacro Bosco era proprio in corrispondenza di questa casa.

Proseguendo più avanti sulla destra, troviamo la Tomba, che già vista così mette inquietudine.

Una tomba vuota e aperta vuole spaventare il visitatore, come un memento mori, ma, può avere anche un risvolto ironico suggerendo all’ospite di scoprire che sensazione si provi distendendosi nel macabro giaciglio. Noi ovviamente non lo abbiamo fatto, ci tengo a sottolinearlo 😂

Continuando la nostra visita, arriviamo alla Panca Etrusca, utile anche far fare una sosta, beh dopo la visione di una tomba aperta ci voleva proprio!

L’iscrizione sulla panca è la seguente:

“Voi che pel mondo gite errando vaghi
di veder meraviglie alte et stupende
venite qua dove son faccie horrende
elefanti, leoni, orsi, orchi et draghi”.

Successivamente troviamo il Vaso, la scultura vuole rappresentare la discesa all’Inferno di Bacco, che con questa coppa compì l’oscuro viaggio.

E adesso giungiamo all’attrazione che attira sempre più gente in assoluto, tant’è che per fare le foto abbiamo dovuto fare la fila. Sto parlando dell’Orco, alterazione di Orcus, uno dei nomi di Ade, re degli inferi.

l’Orco che mangia i bambini, la grande testa dagli occhi sbarrati nel momento di un grido non di terrore, ma terrorizzante. Perché l’Orco o Ade deve impaurire i visitatori, specie quelli che hanno la presunzione di entrare nella sua bocca per poi sedersi sulla panca e mangiare nella tavola che c’è al suo interno.

Si nota in particolare l’esaltazione del Barocco e della letteratura cavalleresca. Un esempio letterario è il verso dell’inferno dantesco inciso sulle labbra dell’Orco Ogni pensiero vola, è stata sostituita al precedente verso dantesco “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate“, risulta così da un disegno di Giovanni Guerra del 1598.

Successivamente, proprio alla sinistra dell’Orco c’è il Drago alato, raffigurato mentre combatte con altre tre belve: un cane, un leone ed un lupo. Questa è una delle figure che ci sono piaciute di più.

Il Drago incarna il tempo, in cui il cane simboleggia la primavera, il leone l’estate e il lupo l’inverno ( o anche del presente, dell’avvenire e del passato). Il drago non ha niente di diabolico, curiosamente provvisto di ali di farfalla. Secondo Ligorio questa bestia, che tira anche il carro di Cerere, simbolo di Esculapio e di tutte le cose sagge, è consacrata a tutti gli dei di Roma e a Roma stessa.

Poco più avanti l’Elefante fortificato con cui Annibale sbaragliò le legioni romane mentre trasporta il corpo esanime di un legionario. Nel giardino di un uomo di guerra come Vicino Orsini, il mammifero rappresentava, nello stesso tempo, i trionfi e le disfatte di Roma, come le battaglie che più volte lo avevano visto protagonista.

Il legionario atterrato fa pensare ad Annibale, il più pericoloso nemico dell’antichità con cui abbia dovuto combattere l’impero romano.

E poi ancora con la Dea Cerere, grande nutrice di Roma. Divinità materna della terra e della fertilità, nume tutelare dei raccolti, in suo onore verrà dato il nome di cerealis (sacre a Cerere) alle spighe di grano.

Proseguendo la visita, abbiamo di fronte a noi una serie di vasi, la cui scritta è stata parzialmente cancellata, probabilmente trattasi di urne cinerarie. In fondo, una fontana, in cui all’interno risalta la grande statua del Dio Nettuno che ha tra le mani un piccolo pesce, sulla sinistra un delfino e sulla destra un vaso con altre incisioni.

Il Delfino, mammifero marino intelligente e benevolo verso l’uomo, rappresenta anche l’Aldilà: per gli Etruschi era il traghettatore delle anime dei morti alle isole dei beati. Qui Ligorio sembra aver pensato alla favola di Ovidio secondo la quale Peter Liberi, il Bacco Romano, in nome dei Tirreni che lo accompagnano trasformati in delfini, esclama “La mia patria è Meonia”.

Costeggiando la fontana sulla sinistra giungiamo alla Ninfa dormiente o come dice Paolo “Giulia quando stacca da lavoro” 😂

Mirabili le proporzioni delle fattezze di questa scultura, così come i particolari delle unghie, delle mani e dei piedi. La grande ninfa coricata sembra a metà strada fra sonno e morte. Pirro Ligorio, così greco di spirito nella sua latinità, ha visto in questa fanciulla Arianna la purissima, dea della vegetazione, divisa tra un amore terrestre e uno divino. Questa scultura illanguidita rappresenta anche una delle ninfe che difese il pudore della dea lunare di cui parla Ovidio che Ligorio chiama Nife (purezza). Proseguendo lungo il viottolo si troverà una vasca con un mascherone mutilato, rappresentante il volto di Giove Ammone.

La nostra passeggiata continua su di una scalinata, fino ad arrivare ad un meraviglioso giardino con sculture di pigne e ghiande, chiamato appunto Piazzale Pigne. “Questo è il paradiso di Scrat” (in relazione al film l’Era Glaciale) 😂 è la prima cosa che ho pensato.

Dalle foto sembra quasi un posto deserto ma non lo è stato affatto, intorno le 11:30-12:00 il parco si è riempito di gente da tutto il Lazio (letteralmente), alcune foto sono frutto di Photoshop (per cancellare le persone) altre come in questa qui sotto è stata utilizzata un’altra prospettiva per non prendere le persone che ci circondavano.

Questa qui con me è Proserpina la regina degli inferi dalle braccia aperte e dal volto giovanile.

La dea è la versione romana della greca Persefone, figlia di Cerere, viene rapita da Putone mentre raccoglie fiori sulle rive del lago Pergusa ed Enna. Diventata così sua sposa e regine degli inferi. Liberata per intercessione della madre presso Zeus, potrà tornare sulla terra solo sei mesi l’anno. Così gli antichi greci si spiegavano l’alternanza delle stagioni.

Poi infondo al piazzale troviamo Echidna, i leoni ed l’alata Furia.

L’Echidna è una donna dotata di due code simmetriche da serpente al posto delle gambe, spalancate a rivelare, senza pudore, la parte più intima femminile, ostentatamente sottolineata da un vello folto e sinuoso. Mostro della mitologia greca, a essa si attribuivano molti figli come Cerbero, l’Idra di Lerna e la Chimera.

La Furia è una donna con grandi ali di drago e una coda serpentiforme arrotolata in spirali, terminate con una pinna biforcuta di delfino.

Su di un basamento circolare un leone e una leonessa appaiati ruggiscono ferocemente digrignando i denti, mentre, al fianco della femmina, abbastanza nascosto e spesso non notato, sta accucciato un leoncino. Il maschio con la zampa dritta doveva tenere una sfera. Qui il riferimento al terribile leone Nemeo, figlio di Tifeo ed Echidna, “castigo per gli uomini” (Esiodo, Teogonia) battuto dal vigore di Eracle, ma anche ai leoni raffigurati nello stemma della città di Viterbo.

Dal momento che il tragitto che abbiamo fatto dall’Orco in poi è totalmente diverso dalla mappa, non per nostra scelta (ci hanno detto che era per via delle misure di sicurezza dovute al distanziamento sociale, la mappa non è aggiornata), dopo aver visto anche la Panca siamo tornati indietro per salire la scalinata che passa di fianco Cerbero.

La Panca decorata con ornamenti araldici che si riferiscono al matrimonio dei figli di Vicino Orsini con i Mattei e i Savelli, esponenti di nobili famiglie romane.

Cerbero, guardiano degli inferi, che con le sue tre testa guarda in ogni direzione, due bocche sono chiuse mentre la terza sembra pronta a mordere, indovinate in quale direzione? Il suo compito era quello di impedire a vivi di entrare e ai morti di tornare indietro. Il suo capo era coperto di velenosi serpenti e nessuno riuscì mai a domarlo se non Ercole.

Arrivati al piano superiore, voltandoci a sinistra troviamo la Rotonda, semplice e priva di iscrizioni, è scandita da quattro nicchie vuote: il suo impianto circolare rimanda immediatamente ai templi dedicati a Vesta, dea del fuoco. Luogo di ristoro e di contemplazione sul grande panorama sottostante per godere la vista della terrazza e dei vasi con pigne e ghiande.

Ed infine c’è il Tempio del Vignola, un’opera ‘postuma’ difatti fu costruito circa 20 anni dopo, per onorare la memoria della moglie di Vicino Orsini.

Dedicato appunto a Giulia Farnese, l’edificio in stile classico si contrappone alle bizzarre opere presenti nel Parco. Innestato su un corpo a pianta ottagonale il tempio è provvisto di cupola e lanternino che Orsini amava paragonare a quelli di Santa Maria del Fiore a Firenze.

La struttura sembra rimandare alla simbologia resurrezionale, in quanto ottagonali sono i battisteri, mentre in ambito astrologico l’ottava casa è quella della morte e della rinascita. Il suo aspetto esterno richiama soprattutto il tempio delle Tre Fontane che si trovava a Roma sul Pincio, nella vigna dove si costruì Villa Medici.

Dopo la morte di Vicino Orsini, nel 1585, il parco fu abbandonato per molti secoli, è stato poi rivalutato da intellettuali ed artisti come Claude Lorrain, J. Wolfgang Goethe, Salvador Dalì, Mario Praze e Michelangelo Antonioni. Nel 1954 è stato restituito agli antichi splendori dal commendator Giovanni Bettini, la cui famiglia ancora oggi se ne occupa.

La nostra passeggiata continua sulla distesa di prato alla sinistra del Tempio. PS: qualche statua l’ho saltata nel racconto, ma le abbiamo viste tutte.

Curiosità:

Sapevate che le sculture furono dipinte?

Ebbene, tra l’aprile ed il maggio del 1575 l’Orsini fece colorare molte sculture del Sacro Bosco, come si ricava da una lettera a Giovanni Drouet del 9 settembre 1575 “…ho già fatto dare il colore a parecchie statue del boschetto…” e da una del 24 settembre 1575 “…in vero a mio giudizio fanno un bel vedere…”. La vivace colorazione doveva produrre un impatto di forza fantastica, non allontanando lo scenario dalle sue matrici leggendarie.

Sapevate che è stato d’ispirazione per moltissimi?

Il Sacro Bosco è stato di fondamentale ispirazione per Salvador Dalì, di seguito il video della sua visita. Il Parco è stato scenario anche del film come “The Tree of Life” (con Brad Pitt e Sean Penn). Inoltre sapevate che è tutt’ora ambientazione dello spot dell’Estathè? Di seguito il video dello spot.

Informazioni utili:

Siamo giunti alla fine della nostra visita, ma vogliamo lasciarvi qualche info e considerazione.

  • Se desideri visitare questo parco ti consiglio la lettura di questo articolo, non solo per le informazioni ma anche per conoscerne la storia, tratta dal libro stesso del parco.
  • Se ne avete la possibilità sfruttate i primi orari del mattino, in seguito potrebbe riempirsi di gente.
  • Si visita l’intero parco con circa 2 ore.
  • La passeggiata al parco è principalmente al fresco, sotto gli alberi.
  • La mappa non ha il percorso aggiornato, per cui se vi trovate in difficoltà chiedete tranquillamente ad un addetto (li potete trovare lungo il percorso, in particolar modo vicino l’Orco e Nettuno).
  • Due delle sculture: La Casa semilavorata e la Piscina risultano ancora in restauro.
  • Il parco è dotato di un’area pic-nic, bagno e bar, (con tavoli, panche e giochi per bambini) se volete rifocillarvi e godere un pranzo nella natura (mi raccomando siate educati e rispettosi dell’ambiente).
  • Dimenticatevi di portare con voi il treppiede per scattare le vostre foto, non si può, salvo autorizzazioni da parte del parco.
  • Visitare il Sacro Bosco con la carrozzina per bambini o per persone con disabilità motoria è molto complicato, se non addirittura sconsigliato. 
  • L’accesso al parco è vietato ai cani anche se condotti al guinzaglio, fatta eccezione per eventuali cani guida.

Detto questo, se sei giunto fin qui dal link a inizio pagina puoi tornare in alto direttamente da qui.

I Prezzi del biglietto:

Il biglietto di ingresso al parco si acquista direttamente in biglietteria, ed è necessario prenotare telefonicamente al 0761 924029 o inviare una mail a info@parcodeimostri.com con almeno un giorno di anticipo.

  • Adulto o bambini oltre 13 anni – 11,00 €
  • Bambini dai 4 a 13 anni – 8,00 €
  • Bambini fino a 4 anni – GRATIS

Di seguito vi lascio la mappa del parco per farvi un’idea.

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